Terza e ultima parte della lettera aperta agli insegnanti firmata da Matteo Righetto, che si propone di offrire qualche piccolo consiglio a proposito di un argomento che sta alla base del progetto Scuola Twain, riavvicinare le giovani generazioni alla lettura. La prima parte al trovate qui, la seconda qui.

1.

Obbligare un adolescente che non ha mai preso in mano un libro a leggere solo grandi classici dell’Ottocento o mattoni in genere perché così lo allontanerete per sempre dalla passione della lettura e quando nella sua vita passerà accanto ad una libreria o ad una biblioteca, gli verrà la schiuma alla bocca come un indemoniato intrappolato in una sinagoga. Andate invece per gradi: un lettore debole che inizi a leggere narrazioni brevi, dinamiche, magari avventurose (con poche sequenze riflessive e psicologiche) avrà la possibilità di divertirsi e probabilmente decidere di leggere anche un secondo libro e poi un altro ancora. E magari via via scoprirà nuovi autori e anche letture più impegnative, tra cui anche qualche classico. Chi può saperlo?

2.

Imporre la lettura di uno specifico libro. Consigliate i vostri studenti, ma lasciate che in fin dei conti essi possano essere liberi di scegliere i libri che vogliono. La lettura è un atto di libertà, perché prima di tutto deve essere un piacere.

3.

Consigliare quelle letture che erano piaciute a voi quando avevate la loro età. Non fate mai paragoni tra voi e loro, perché i tempi sono cambiati, il linguaggio è cambiato, le acconciature sono cambiate e i gettoni della SIP non ci sono più, così come non ci sono più nemmeno il Dalek Eldorado e il Sì Piaggio. Tutto è cambiato e rischiereste di sembrar loro dei grandissimi sfigati. Prendetene atto e poi tornate a rileggervi il punto 2 della lettera aperta: voi vorreste ascoltare il consiglio di una persona che considerate sfigata? E allora perché dovrebbero farlo loro?

4.

Suggerire quelle letture che fanno i vostri figli secchioni e magari lettori fortissimi.

5.

Forzare qualcuno a leggere un libro fino in fondo nonostante non gli piaccia. Certo, leggere richiede un impegno sicuramente maggiore rispetto a quello richiesto dalla visione di un film o l’ammirazione di un quadro, però è altrettanto vero che un libro non deve piacere per forza e la sua lettura non deve mai, in nessun modo essere una costrizione. Come enuncia Pennac nel terzo diritto imprescrittibile del lettore: “Egli ha il diritto di non finire un libro.”

6.

Considerare i libri buoni o meno esclusivamente per i loro messaggi formativi, educativi, morali. Non sempre un buon romanzo deve per forza avere insito un messaggio moraleggiante. E non fate i finti perbenisti e puritani da prima comunione. Pippi Calzelunghe ebbe successo tra i giovanissimi proprio perché in un’epoca in cui dominavano i severi modelli educativi autoritari dove le vittime erano dei personaggi-fanciulli sofferenti, vessati, inquadrati all’ordine e alla disciplina, la ragazzina svedese con le lentiggini rappresentò un ideale di libertà assoluta e fuga da un mondo degli adulti fatto di regole e cieca obbedienza all’autorità genitoriale. In questo senso Pippi rappresentò finalmente l’ideale massimo di libertà per un fanciullo, e questo fu il segreto del suo straordinario successo letterario e popolare.

7.

Dire che certi libri fanno schifo. Quanto Pietro Citati poco tempo fa sul Corriere della Sera ha dichiarato: “Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho”, a me sono venuti i capelli dritti. E sapete perché?

Perché dietro tale affermazione non vi è assolutamente nulla di progressista o democratico, e perciò nulla di culturale! Posto che io non amo i tre autori sopraelencati, non mi sognerei mai nemmeno per scherzo di affermare una cosa simile. Per quale ragione? Primo perché leggere deve essere anzitutto un piacere, e poi perché non mi permetterei mai di mancare di rispetto a chi quegli autori li legge e ci si diverte.

8.

Giudicare un’opera letteraria sulla base del suo registro linguistico basso o del suo lessico popolare. Non siate beghine e talebani. Chissenefrega se ci sono delle parolacce! Anch’esse fanno parte della vita, della società civile. Censuriamo Pasolini?

9.

Far imparare brani e poesie a memoria dopo i 14 anni. Il fatto di imparare a memoria qualcosa deve sempre essere un atto assolutamente volontario e mai coercitivo. La poesia si impara a memoria perché ci piace e ci coinvolge così tanto, da volerla tenere sempre con noi, in noi. Tutto ciò che non rientra in questo atto di volontarietà, assomiglia ad una pratica da collegio cattolico irlandese che con il piacere della lettura c’entra proprio nulla.

10.

Ultima cosa. Non dite mai a nessuno, ma tantomeno ai vostri studenti, di avere letto un libro se non l’avete veramente fatto.