Perché Oblique ha deciso di tenere corsi ad ambito editoriale (oltre al corso principe per redattori editoriali anche corsi di traduzione, correzione di bozze e impaginazione)? Da quanti anni tenete i vostri corsi? Ma soprattutto: quali sono le prime false convinzioni che fate cadere nei vostri alunni?
Perché crediamo nella trasmissione e nella condivisione del sapere editoriale e perché ci battiamo per un’editoria migliore. L’editoria è un mestiere antico che si rinnova e si perpetua solo confrontandosi.
I corsi di Oblique sono partiti sette anni fa. Io però faccio didattica sui mestieri del libro da oltre quindici anni.

La prima e più radicata falsa convinzione che tentiamo di sradicare è quella che non basta una generica passione (“l’amore per i libri”) e una presunta competenza linguistica (“mi sono laureata in lettere con il massimo dei voti”) per fare questo mestiere. Serve un amore viscerale, un’abnegazione, una passione più forte che in altre professioni. Un vero e proprio attaccamento alla causa che non ripaga quasi mai in termini monetari – i compensi se parametrati al numero di ore lavorate o all’anzianità sono, credo, tra i più bassi – ma, questo sì, dà una soddisfazione impagabile, l’idea di aver contribuito a qualcosa che rimane nel tempo.

Quando ho conosciuto Oblique mi ha colpito soprattutto l’insistenza sull’aspetto artigianale dell’editoria. Mi ha fatto pensare che il lavoro editoriale fosse simile a quello di bottega e che gli aspiranti redattori si dovessero percepire come degli apprendisti, dei garzoni. Più mi muovo nel mondo editoriale e più penso che sia effettivamente così: quello che hai imparato a scuola viene visto come un background, ma l’importante è quello che sai fare in pratica e quanto riesci a imparare velocemente. Che ne pensi?
Lo è. Bisogna ripartire più o meno da zero. Tutto quello che si è imparato, che si ha dentro, torna, tornerà, ma all’inizio bisogna umilmente mettersi sotto. Riscontriamo scarse letture (sia in ampiezza sia in profondità), scarse conoscenze linguistiche, sintattiche e grammaticali, difficoltà di scrittura, poca duttilità comunicativa e soprattutto la convinzione di sapere di più di quello che si sa. L’università ha le sue colpe. L’esame è, spesso, l’unico momento di confronto. Nei nostri corsi ribaltiamo questo modello. Mettiamo la pratica al primo posto. È il dover fare che ti fa capire cosa studiare, cosa approfondire. In editoria le cose funzionano così: di fronte a un nuovo libro si apre una nuova pagina di competenze da acquisire, di cose da sapere, di sensibilità da sviluppare.

Mi sembra sempre di ricominciare daccapo. Ecco, se non si ha questa attitudine a partire da stolti per una nuova avventura non si hanno molte chance di fare qualcosa di buono.

E ora la domanda da un milione di dollari: perché secondo te all’Università non si insegna a correggere le bozze? C’entra con la turris eburnea o ci sono motivi più terra-terra? Prima dei corsi universitari e di quelli privati, come si arrivava al lavoro editoriale? Cosa consiglieresti a chi vorrebbe lavorare nell’editoria oggi?
Più che a correggere le bozze, che rimane comunque un’impresa specialistica, si dovrebbe insegnare a scrivere, ad avere cura dei propri scritti, nell’impostazione, nell’argomentazione, nell’attenzione agli aspetti formali. Come dicevo prima ogni corso d’esame dovrebbe prevedere dei momenti di confronto collettivo e individuale. Bisogna esercitarsi. Come si pensa di insegnare qualcosa altrimenti?

Come si faceva prima? Beh, per quello che ho letto (del laboratorio Einaudi si sa molto) e che mi è stato raccontato, prima c’era la possibilità di prevedere dei veri e propri apprendistati, lunghi affiancamenti sul campo. Ora c’è meno umiltà da parte di chi deve inserirsi, anche perché ci si propone quando si è decisamente vecchiotti, e meno tempo e voglia da parte di chi deve far inserire.

La maggior parte dei corsi esistenti falliscono nel loro intento. Io per esempio sono stato un autodidatta che ha avuto la fortuna di lavorare e confrontarsi fin da giovanissimo sui testi. Sono stato fortunato perché a quei tempi l’editoria romana muoveva i suoi primi passi, ma ho avuto l’entusiasmo e la pazienza di ascoltare chi ne sapeva più di me e approfondire.

Un buon corso può essere l’inizio di qualcosa, l’interfaccia per affacciarsi a questo mondo complicato, la presa di coscienza della realtà; il resto bisogna guadagnarselo. Non mi hai chiesto se serve talento. Sì, serve. Quelli bravi ne hanno. Il talento fine a sé stesso, però, è sprecato, oserei dire, controproducente. Bisogna coltivarlo. Pensateci bene prima di cominciare.