Ho cominciato a insegnare scrittura creativa, come la si chiama, praticamente per caso. Erano i tempi del mio esordio einaudiano. Mi chiamava un sacco di gente a concionare sulle questioni più disparate. Mi davano un sacco di soldi. Io ero entrato in questa giostra chiamata “promozione” come un’Alice nel paese delle meraviglie. Mi pareva di dover sempre dire di sì, di non poter mancare ad alcun convegno, di non poter declinare alcun invito.

Non mi divertivo quasi mai, e anzi da subito queste manifestazioni dello Spirito si rivelarono un gran rottura di scatole. E però ci andavo. Spesso beccavo il gettone di presenza: altre volte spendevo soldi miei per pagarmi viaggi e alberghi e baby sitter –ché a 32 anni io avevo già due figlie, ed ero, e sono rimasto, poverissimo, e non ho mai usufruito di alcun aiuto da parte di nonni ed esponenti variegati della Famiglia Mediterranea.

E insomma un giorno mi telefonano ‘ste vecchie dell’Università della Terza Età, in una città distante dalla mia sessanta chilometri. Vogliono che tenga cinque lezioni di scrittura. Mi convoca la decana per un tè alle cinque di un pomeriggio di tramontana in questo palazzo dell’800 tutto specchi stucchi quadri poltrone damascate e tappeti persiani. L’apparente età di ottanta-ottantacinque anni, si dimostra entusiasta per il mio libretto d’esordio, mi chiede di aspettare tipo la Presidentessa e la Segretaria del convivio di bacucche, mi promette un compenso che all’epoca mi parve vertiginoso e andò che dopo un paio di settimane mi ritrovai a far lezione per tre ore a settimana intorno a questioni sulle quali sapevo men che zero, così andando avanti per cinque incontri ciascuno dei quali, credo, impiegai decine di ore di studio a preparare.

Non ricordo granché di quegli incontri, né delle facce di queste professoresse in pensione. Ma conservo scolpiti nella memoria i rimbrotti che mi prendevo quando steccavo una citazione. Cavolo, ma non stavi beatamente sonnecchiando, cara la mia vegliarda? No. Sul più bello si alza in piedi e strepita: “Questo non è Calvino bensì Boccaccio”. “Sì Signora, appunto: Calvino che cita Boccaccio”. E l’altro ricordo –vai tu a capire i ghirigori della mente umana- del me che fa schemi sulla lavagna al fine di spiegare la Teoria dei Sistemi in Luhmann. Non chiedetemi perché lo facessi: non saprei dirlo.

In quell’anno, in quel mese: mi parve perfettamente normale cianciare intorno al postmoderno e al Sistema Che Se Resta Chiuso Implode Come La Macchina Di Carnot. Ma se queste lezioni che volli impostare da subito come frontali mi costarono una fatica immane, e se spesso avevo difficoltà serie a mantenere la leadership della classe (per quanto avessi saccheggiato tutti i libri di Giulio Mozzi sulla scrittura creativa scritti fino a quel momento, e Carver e manuali di sceneggiatura e i “Consigli a un giovane scrittore” di Cerami del quale conoscevo interi paragrafi a memoria): fu quando le professoresse provarono propriamente a scrivere che mi resi conto per la prima volta del mio proprium.

Mi consegnarono prosette convenzionali, stereotipate, zuccherose, e io le portai a casa e non credetti ai miei occhi. Da figlio di insegnanti, avevo sempre nutrito una specie di concezione divina soprattutto della Professoressa Di Italiano. Ma le mie, di professoresse, le vecchie: di divino avevano in quel caso solo l’erudizione. La grazia, il talento, il tocco che rende un raccontino qualcosa di diverso da un’elencazione stanca di avvenimenti: erano saldamente nei miei polpastrelli, pensai con senso di rivincita ma, ahimè, solo per pochi attimi. Perché poi, quando salii a bordo della brutta Fiat che avevo e percorsi i sessanta chilometri e mi trovai di fronte alle allieve: non ebbi il cuore di commentare con sincerità quei lavori, e invece mi sperticai in laudazioni delle quali le vegliarde furono le prime a ridere.

Come che sia, cominciò così la mia carriera di insegnante di questa tuttora per me misteriosa disciplina che è la scrittura creativa. Ho fatto atelier laboratori workshop (parole tutt’e tre corrispondenti al medesimo fenomeno sociale, ma si sa: le associazioni e le scuole e gli enti che ti chiamano amano denominare le proprie manifestazioni con i nomi più suggestivi, una volta ho condotto perfino un’officina di scrittura), e ho fatto soprattutto, e da un certo punto in poi, corsi. Perché in un corso non devi necessariamente mettere alla prova l’uditorio, e sorbirti incipit di tre righe cui una signorina di sessant’anni ha lavorato per due ore e quando lo legge crede d’aver scritto l’attacco della Divina Commedia.

In un corso vai là e ascolti. Al limite, fai domande. Ma io col tempo son diventato abilissimo a riempire le stanze le sale le aule di parole, discorsi, letture continue di brani tratti da romanzi, e a lasciar dunque alle domande assai poco spazio. Ne ho fatti di tutte le taglie. Le full immersion da sette ore e le lezioni settimanali di un’ora e mezza per cinque mesi. Il breve incontro su come delineare un personaggio e la conferenza sull’aggettivazione. La residenza di adolescenti propensi a far casino e la bottega delle parole per bambini di cinque anni e la, mygod, lectio magistralis in un’Università straniera.

Gira che ti rigira, gli argomenti son sempre quelli. Adattati di volta in volta al pubblico che ti aspetti di incontrare. Ma se dovessi dire qual è il mio format preferito (per quanto questo attributo possa aver senso in un’attività che mi annoia al limite del dolore fisico), quello che mi viene meglio, be’ non ho dubbi a citare il classico agile corso in otto incontri da due ore l’uno. Neppure un minuto di più. Otto incontri, e senza pizza finale tutti insieme per via di una qual repulsione che mi prende per ciascuno dei partecipanti alle mie concioni (con particolare riguardo alle gnocche di 35 anni che si agghindano da ballerine di lap dance la sera della lezione, forse al fine di sedurre il docente).

L’incipit (con lettura di decine di attacchi che piacciono a me, presi spesso a caso nella borsa stracolma di libri), i personaggi, i dialoghi (lezione ultimamente arricchita di un paio di numeri che mi ha insegnato un’amica sceneggiatrice), il punto di vista, il tempo della storia, come sviluppare un plot, lo stile (incontro la cui particolarissima barbosità ho affinato negli anni, aggiungendovi cenni di retorica, e, come sempre, leggendo esempi a iosa: gli astanti a quel punto rimpiangono di non aver speso quei soldi in cocaina), la revisione.

Non c’è volta in cui non debba affrettare il passo poiché mi rendo conto di aver messo dentro agli appunti (che proietto sul muro) troppa roba. Ma, soprattutto, non c’è volta in cui qualcuno fra i corsisti non si alzi e mi chieda qualcosa sulla mia personale esperienza –intesa non tanto come esperienza di uomo nato con l’ossessione del raccontare, bensì come uomo che quei racconti ha pubblicato. Insomma, pagano non per addentrarsi nei meccanismi dell’arte del narrare, bensì per capire com’è fatto da vicino un essere umano che ce l’ha fatta a pubblicare. Per chiedergli com’è che lui ha avuto questa ventura e loro no.

La risposta sta nelle mail che ricevo quando il corso è bell’e che finito. Perché, alla fine di tutto, proietto a caratteri cubitali il mio indirizzo di posta elettronica e proclamo –quasi a scusarmi di non aver dato loro alcuno spazio per esprimere il tic del prosare in libertà- che “da questo momento in poi, e per sempre, potrete inviarmi tutto quel che vi parrà, e io vi prometto che, prima o poi, lo leggerò”.

Sono onesto: per un paio di volte questo editto ha prodotto l’invio di materiale davvero molto buono. Ci son ragazzi che nel frattempo son cresciuti, si son laureati, hanno messo a frutto uno dei miei consigli principali che è quello di coltivare il senso del ridicolo, di non prendersi mai sul serio, di leggere tanto per capire che qualsiasi cosa passi loro per la testa, qualcuno l’ha già fatta molto meglio. Insomma ci son ragazzi così, i quali dopo più di dieci anni ogni tanto mi mandano dei raccontini o delle poesie, e io trovo che siano sempre più bravi, sempre più accurati e mi domando com’è che, a differenza di certi speditori seriali di poderosi manoscritti di nessuna qualità, essi non arrivino mai a scrivere un vero e proprio romanzo, o anche un racconto lungo, o insomma una roba che possa assomigliare a un libro finito.

Per la restante parte degli allievi, invece, quell’invito a spedirmi qualcosa suona come l’insperato ristoro al pagamento di una somma di denaro (piuttosto bassa) accompagnata dal dovere di sorbirsi con finto interesse una marea di fregnacce sulla Terza onnisciente o sullo Stream of cousciosness (mi piace sottolineare come, man mano che passa il tempo, non sono più intimidito dalle laureate in lettere classiche: un po’ perché scrivono da cani e sovente mettendo l’accento al posto dell’apocope, un po’ perché flussi di coscienza ed elementi di narratologia –soprattutto quando supportati da letture di brani di autori che non hanno mai sentito nominare, autori che per me sono addirittura banali, da Mid Cult, per capirci, autori che non puoi nominare nelle cene fra scrittori, che ti vergogni di citare mentre gli altri sfoggiano ben più misteriosi cognomi ungheresi o giapponesi– sono nozioni lontane imparate al fine di superare l’esame e poi rimosse per ecologia mentale).

E così la sequela di manoscritti, già piuttosto abbondante e comunque tracimante la mia capacità di lettura e la mia sanità psichica, con i corsi si eleva alla seconda. Sono sommerso da romanzi tutti pieni di fichi d’india, muretti a secco, donne isteriche, innamorati pazzi, gente che decide di andarsene a vivere in campagna, ricordi di nonne che facevano la salsa in casa e il resto delle tristezze. Questo, quando tutto va bene.

Altre volte storie senza capo né coda ambientate nella preistoria (non sto scherzando), o resoconti di viaggi con la Parrocchia durante i quali ci si sente dei Chatwin redivivi, e vecchietti invariabilmente saggissimi (liddove io vado affermando da tempo che i vecchi son le nuove carogne), e fighetti invariabilmente riprovevoli. Così come durante i corsi, anche nei carteggi privati un decennio fa tendevo a essere assai indulgente. A salvare le poche righe buone. A dar consigli, suggerimenti, dritte. A raddrizzare rami storti in maniera irrimediabile. Anche perché, fra la tanta paccottiglia, ho scovato almeno tre perle cui ho contribuito a trovar casa editrice e in un caso la perla stessa è stata tradotta in francese.

Ma al di là di questi casi del tutto eccezionali ho capito che facevo del male a questa gente, che alimentavo velleità e, dunque, dosi massicce di frustrazioni. Ho istituito una specie di tassa di lettura scoraggiando moltissimi all’invio libero ma, soprattutto, ho cominciato a dir davvero quel che penso. Non sono mai arrivato a scrivere quel che una volta mi disse una carissima amica mia editor prestigiosa: “Il tuo amico è privo di qualsiasi traccia di talento letterario”. Ma, calibrando bene gli eufemismi, ho alla fine imparato a dire alla gente: “Questa roba fa cagare, dedicati ad altro”.

Detto questo, ho appena risposto di sì all’invito, da parte di una no profit finanziata dalla Regione, a tenere un altro corso di scrittura di qui a un mesetto.